SIAMO PRONTI A FIDARCI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE?

L’altro giorno ero in auto e dovevo arrivare ad Asti partendo da Monguzzo (provincia di Como). Come sempre chiedo aiuto a Google Maps per le indicazioni sulla strada e sul traffico. Subito vengo avvertito della presenza di rallentamenti e incidenti di vario genere (cosa normale alle sette del mattino su quelle strade) e mi viene proposta una strada alternativa che mi permetta di evitare gli incidenti e risparmiare tempo arrivando perfettamente in orario.

Guardo il percorso e mi rendo conto che non conosco minimamente nessuna delle strade proposte ma, nonostante questo, mi fido. Seguo tutte le indicazioni attraverso paesi sconosciuti, deviazioni, zone senza punti di riferimento oscurate dalla nebbia di novembre. Mi fido di una macchina che conosce le strade, tutte le strade, che processa miliardi di informazioni sul traffico e sulla mia posizione e alla fine arrivo a destinazione perfettamente in orario.

Dopo qualche giorno leggo la notizia che la stessa Google ha presentato a maggio 2018 il suo nuovo assistente vocale di Duplex incredibilmente realistico, che oltre al parrucchiere sa prenotare un tavolo al ristorante o fare domande sugli orari di apertura di un negozio senza che la persona in carne ed ossa all’altro capo del telefono noti niente di stano. Per aumentare il realismo, e “rendere l’esperienza conversazionale il più naturale possibile, permettendo alle persone di parlare normalmente senza doversi adattare ad una macchina“, Google ha “insegnato” a Duplex ad utilizzare una serie di modi di interazione tipicamente umani, tipo “mi sente bene?”, “può ripetere, per favore?” e “resti un attimo in linea”.

Come se non bastasse, negli stessi mesi alcuni ricercatori hanno analizzato oltre 30000 articoli scritti sull’applicazione della intelligenza artificiale in ambito medico e, prendendo in considerazione i risultati, le prospettive si sono rivelate davvero incoraggianti, per esempio, in vista di un’applicazione delle IA in diagnostica per immagini: le macchine individuano correttamente uno stato patologico l’87% delle volte (i medici l’86,4%) e riferiscono la diagnosi esatta nel 92,5%dei casi (contro il 90,5% dell’operatore umano).

Metto insieme tutte queste informazioni e mi pongo la domanda fondamentale:

Siamo pronti a fidarci di una macchina che, dopo avere analizzato informazioni inimmaginabili per noi medici umani, dopo avere imparato tutto su di noi e sul nostro di stile vita ci dice, in maniera persuasiva e adatta al nostro modo di comunicazione e di comprensione, che malattia abbiamo e cosa fare per la nostra salute?

Io mi sono dato una risposta e vi dico che sono pronto. Mi sento pronto perché, come nel caso dell’altro giorno con il navigatore, non mi da fastidio fidarmi di una macchina che mi indica la strada per arrivare in un luogo. Purché la stessa macchina non giudichi e non si metta a questionare sul motivo, sullo scopo e sul perché io mi sono recato in quel luogo.

Allo stesso tempo credo che le prestazioni mediche e le cure in generale saranno enormemente aiutate dall’intelligenza artificiale. La quale però non dovrà mai influire sulla decisione e sulla libertà di scegliere come, quando e se curarsi nel modo da lei suggerito.

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